
Ho trovato “Le fate dell’ombra” curiosando tra le cassette — o meglio, tra gli scaffali dedicati allo scambio libri — in un piccolo negozietto. Mi ha subito incuriosito la copertina rosso vino con le scritte in oro: aveva un’allure antica, il nome dell’autore era consumato, forse era stato letto molte volte, ho pensato.
Quando l’ho estratto dalla moltitudine di altri volumi, ho notato subito l’illustrazione ad acquarello: una fata che annusa un fiore, delicata e quasi sospesa nel tempo: “Le Fate dell’Ombra di George MacDonald”.
Sono andata subito a cercare informazioni su questo libro e ho scoperto che il suo autore è uno scrittore scozzese, nato il 10 dicembre 1824 nel Regno Unito e morto, sempre in Inghilterra ma in un’altra località, il 18 settembre 1905: George MacDonald.
Non è stato solo uno scrittore: è stato anche poeta e un calvinista protestante e questo influenzò anche i suoi scritti. Oggi lo definiremmo un romanziere del fantastico e un vero precursore della letteratura fantasy, capace di ispirare autori come Tolkien, C.S. Lewis, Edith Nesbit e molti altri.
Una cosa che mi ha colpita particolarmente è la sua origine: figlio di contadini, cresciuto nelle terre scozzesi, in quell’atmosfera di brughiere, boschi, nebbie e leggende che inevitabilmente hanno influenzato la sua immaginazione.
E, dettaglio affascinante, C.S. Lewis — l’autore delle Cronache di Narnia — lo considerava un vero e proprio maestro spirituale e letterario.
Ma ciò che mi ha davvero sorpresa è scoprire che nel 1879, MacDonald e la sua famiglia si trasferirono definitivamente in Italia, più precisamente nella Riviera dei Fiori, in Liguria, al confine con la Francia, a Bordighera.
Qui visse per vent’anni, scrivendo gran parte delle sue opere, soprattutto quelle dal tono più fiabesco e fantastico.
Questa scoperta mi ha affascinata perché spesso si pensa agli autori scozzesi immersi nei loro paesaggi ancestrali, intenti a creare mondi immaginari ispirati alle loro terre. E invece molti dei romanzi e delle fiabe di MacDonald sono stati scritti in Italia, in un paesaggio completamente diverso.
E questo, in un certo senso, è sorprendente e anche rassicurante: la fantasia trova casa ovunque, persino sulle nostre coste.
La cosa più triste della sua storia è che, nel corso del tempo, perse tutti i suoi figli e anche la moglie. Dopo questi eventi così dolorosi, decise di tornare in Inghilterra, ed è lì che morì.
Eppure, nonostante tutto, il suo legame con l’Italia rimase fortissimo: tanto che chiese di essere cremato, e per sua volontà le ceneri furono portate a Bordighera nel 1906, dove riposano ancora oggi.
Le Fate dell’Ombra (in originale The Shadows) è un racconto scritto da George MacDonald e pubblicato nel 1867, all’interno della raccolta Dealings with the Fairies.
Siamo negli anni in cui MacDonald viveva ancora nel Regno Unito, molto prima del suo trasferimento a Bordighera. È un periodo in cui la sua immaginazione era nutrita dalla cultura vittoriana, dalle fiabe scozzesi di cui era intriso fin dall’infanzia e dal crescente interesse per l’invisibile, il simbolico, il soprannaturale.
In questo racconto, l’ambiente tipico è quello delle case vittoriane: stanze illuminate dal tremolio delle candele, pareti sulle quali le ombre si allungano e danzano, e piccoli salotti in cui il protagonista — un giovane scrittore — si confronta proprio con la propria immaginazione.
Le fate-ombra appaiono come presenze sottili, non legate a un bosco o a un luogo incantato, ma alla dimensione domestica stessa. Arrivano attraverso una luce tremolante, si muovono lungo le superfici e raccontano storie senza parole, creando un ambiente intimo e meditativo, nel quale trova spazio l’invisibile della vita quotidiana.
Le ombre, nel racconto, non sono entità oscure o minacciose: sono una metafora, qualcosa che non si comprende immediatamente ma che, in realtà, diventa una guida. L’ombra è l’altra faccia della luce, e in essa si nascondono la creatività, il ricordo, tutto ciò che non viene detto ma continua a vivere sotto la superficie.
Le leggende sulle fate sono sempre state oggetto di scritture fantasy, ma anche di interesse fin dai tempi più antichi. Le fate vengono considerate spiriti antichi, legati alla natura, ai cicli del tempo, ai mondi nascosti. Portano con sé quella misteriosità tipica delle tradizioni celtiche, di luoghi che si celano tra gli alberi e le cortecce, di boschi e distese immense di verde in cui questi piccoli esseri trovano rifugio.
Nella cultura popolare rappresentano quella parte di mondo che sfugge al controllo umano, e proprio per questo suscitano da sempre un fascino profondo.
In questo caso, MacDonald si ispira alla tradizione e la trasforma in una metafora delle ombre della vita, dell’immaginazione umana e dei suoi misteri: ciò che esiste, ma rimane nascosto dentro di noi, e che — quando finalmente emerge — finisce per illuminare tutto con una luce diversa.




Lascia un commento